10 cose che ho imparato facendo volontariato in Repubblica Dominicana

11 ottobre 2017 di | tag: , ,

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Tra meno di mezz’ora verranno a prenderci con due motorette (sì, proprio come quelle che hanno contribuito al nostro risveglio) per portarci ad Arroyo de Leche (ruscello di latte), uno dei due centri patrocinati da Mission Bambini. Per la precisione si tratta del centro in montagna, non raggiungibile dalle auto ma solo da queste moto di piccola cilindrata.

Sembra che i nostri mezzi lascino un pezzo di sé dopo ogni buca, invece dopo una mezz’oretta, arriviamo sani e salvi al centro.
Saltiamo giù al volo ed entriamo nel prato antistante; da fuori si sentono le grida e le risate dei bimbi. Ci fermiamo un attimo, giusto il tempo di un respiro profondo, e poi entriamo in punta di piedi.
Li troviamo già tutti seduti ai banchi, di schiena alla porta, eppure forse perché avvisati del nostro arrivo o forse perché han sentito un “hola” con evidente inflessione bresciana, ecco che 80 teste si girano verso di noi.

La prima cosa che noto sono gli occhi: bianchi, vivi e sorridenti!
Ci spostiamo di fronte a loro e, mentre la responsabile effettua le presentazioni, riesco a guardarli meglio. Noto che i tratti somatici sono tantissimi e molto diversi tra loro: alcuni li puoi ricondurre agli ispanici, altri ai nord-africani, altri ancora ai sud-americani, in minoranza anche europei..
“Che sia questo l’ombelico del mondo di cui parlava il Jova?” mi chiedo.
Non lo so ma sono sicuro che anche qui è “pieno di facce strane di una bellezza un po’ disarmante”…
Li saluto con la mano alzata e mi accorgo che sto tremando. Sì, sono emozionato; cosa si aspettano da me tutte queste facce? Cosa posso dare loro?

Le risposte arrivano dopo neanche 10 minuti, quando mi ritrovo un bimbo che mi salta sulle spalle, uno attaccato alla gamba e uno che mi chiama a gran voce: “Tio, tioooo!”.
Mi rilasso, ecco cosa si aspettano: niente di speciale, niente di diverso da quello che può aspettarsi un bambino dall’altra parte del mondo: amore, attenzione, una carezza, un complimento di fronte a uno scarabocchio… anche per questo motivo chiedo subito la traduzione delle parole che più mi possono servire (il mio spagnolo è pessimo): “bravissimo, ma è bellissimo, come ti chiami?…”

E la giornata scivola via tra un caldo infernale, partite a calcio su un campo in pendenza, sfide a ruba-bandiera a rischio collasso (il nostro), disegni e canti…
Prima di cena i ragazzi se ne vanno, partono col chiaro perché dovranno affrontare circa un’ora di cammino (in pendenza) per tornare alle loro case di legno e lamiera. Noi, invece, rientriamo all’appartamento in moto; il mio autista mi parla dell’importanza di Gesù nella sua vita, ma io non riesco a fare a meno di pensare alla nostra vita a casa: così “comoda” e votata al superfluo… Ci son delle volte che non abbiamo nemmeno voglia di alzarci da un comodo divano per raggiungere un frigorifero ripieno di ogni ben di Dio e questi bambini si fanno tutta questa strada, con un paio di scarpe usurate, per un pugno di riso e un panino sporcato di marmellata..

Una buca fonda come il pozzo dei desideri mi riporta a pensieri più terra-terra: “Ci arriverò mai a casa?!?”.
Rientriamo che è già buio, il paesino è più vivo che mai: concerti a base di moto smarmittate si alternano a ritmi latini, sopra a tutti svetta l’urlo di un predicatore che ricorda a tutti quanto sia poderosa la forza di Gesù.
Chiudiamo tutto fuori dalla porta, come primo giorno è stato intenso ed emozionante. Tocchiamo il letto e, senza pensieri, ci addormentiamo.

Michele Seghezzi

 

Cosa conta raccontare davvero di quei giorni? Quel che ho visto per le strade, le baracche fatte di legno e lamiera costruite a ridosso del fiume, lo strato di polvere che soffocava qualunque prodotto dell’unico minimarket del villaggio, i macellai che esponevano per giorni la carne al sole o la quantità di immondizia abbandonata nei campi…?

Oppure il nostro primissimo giorno con i bambini ad Arroyo De Leche, quando per noi è arrivato davvero il momento di metterci in gioco? Superata la fortissima emozione, che mista al timore, ha accompagnato la nostra presentazione di fronte a 80 bambini curiosi seduti stretti stretti sulle loro panche, abbiamo imparato qualche nome (solo alcuni, perché non è così semplice farsi entrare in testa Abighail o Josmairy), abbiamo aiutato a servire la colazione (succo di frutta e pane al latte) e colorato insieme a loro con un paio di pastelli a cera per ciascuno e non di più… Poi, improvvisamente, io e Michele siamo diventati i numeri 11 delle due squadre che agguerritissime, di lì a poco, si sarebbero sfidate a “bandiera”!

Quel giorno, ogni goccia del mio sudore, sceso correndo sotto il sole nel tentativo di conquistare la bandiera, è stato completamente ripagato: le piccole donne della mia squadra hanno infatti conquistato la vittoria al grido di “Somos las mujeres y vamos a ganar!!!”. Quale miglior inizio?

Oppure vale la pena ricordare i giorni del “campamento”, l’unico momento dell’anno in cui i piccoli possono catapultarsi nelle due piscinette gonfiabili preparate in cortile.
Non dimenticherò mai come, quasi febbricitanti per la felicità, decine di bambini si sono lanciati contemporaneamente in queste “pozze” d’acqua di 2m di diametro. Quei due specchi d’acqua – diventati immediatamente grigiastri e tanto affollati da permettere solo qualche tuffo tra le gambe e i gomiti degli altri bambini – hanno illuminato i nostri pomeriggi di gioia pura e libertà.

Altrimenti l’ultimo giorno… la recita dedicata solo a noi due. Ogni bambino ha fatto del suo meglio, anche sbagliando, per noi. “Lasciate che i bambini vengano a me”, così recitavano i versi che ci hanno letto. Il nodo alla gola non mi ha lasciata un momento e le lacrime sono scese copiose pensando che Alan, Iliana, Pamela, Ricky etc… mi mancavano già.

 

10 cose che ho imparato facendo volontariato in Repubblica Dominicana

E oggi, nel silenzio della mia stanza, mi chiedo: “Cosa ho fatto davvero per loro? Sarò stata utile? Si ricorderanno di noi?”.
In realtà, forse non sanno, che è la mia “valigia” ad essere tornata stracolma. E allora, come i bravi giornalisti, decido di stilare un elenco delle cose che mi riporto a casa:

1 – L’età è solo un numero. Che importa se ho quattro anni e dico che ne ho 11? D’ora in poi, infatti, ne avrò sempre 23! 🙂

2 – Se non hai il costume da bagno, tuffati con i jeans. É divertente comunque!

3 – Se hai mangiato abbastanza, dai gli avanzi del tuo piatto di “riso, fagioli e pollo®” a chi ne chiede ancora.

4 – Sii paziente.

5 – I bambini hanno il diritto di fare i bambini.

6 – Saluta tutti coloro che conosci per strada. Anche se quella persona è lontana e distratta, grida il suo nome e fagli capire che non ti sei dimenticato di lei. Le farà piacere.

7 – Di qualunque tonalità sia il colore della sua pelle, gioca, mangia, colora, corri e sorridi con lui.

8 – Troverai sempre nel mondo qualcuno disposto ad aiutarti.

9 – Esprimiti. Sii libero di urlare o piangere se stai male, se stai soffrendo. Ridi a crepapelle quando anche una “sciocchezza” ti fa sorridere.

10 – Abbraccia fortissimo chi vuoi bene…

Grazie… per avermi fatto tornare bambina.

Dayana Ghezzi