Elisabetta Gatti

Curiosa, lo sono sempre stata.
Perché bisogna essere curiosi forte, per bigiare l’asilo a 5 anni. O per partirsene a 16 anni per gli USA e restarci un anno intero. O per scegliere di studiare lingue perché non so cosa farò da grande ma so che a qualcosa questo mi servirà.
Negli anni a seguire, la curiosità si è sventagliata verso un sacco di cose, allegramente a casaccio: libri, teatro, fotografia, arte preistorica, subacquea, viaggi, persone, luoghi.
Così, mentre facevo il copywriter e saltuariamente scribacchiavo anche per alcune riviste, seguivo la mia curiosità a zonzo per il mondo. Tutto faceva brodo: dalla processione di Pasqua a Trapani, al deserto sperduto in fondo all’Algeria; dalle marmotte sul Großglockner, al mercato della kava a Suva. Né potevano mancare mari e oceani, tra alcionari, squali e relitti vari.

E’ stato cinque anni fa, che ho deciso di fare volontariato.
La mia vita era stata buttata per aria come da un petardo impazzito. Avevo bisogno di ridarle un ordine, e la consapevolezza che, comunque vadano le cose, c’è sempre qualcuno che ha più bisogno di te, ridispone, riorganizza, riassesta le priorità.

Così a 48 anni sono tornata a scuola.
Un bel corso IoVolontario di Mission Bambini, e poi la missione accettata con scellerata consapevolezza: un mese a Kinshasa, nella Repubblica (poco) Democratica del Congo con i bambini di strada. Esperienza totale, forte e delicata insieme, dove ho visto vita e morte andarsene a braccetto come a un ballo di fine anno. Ho rammendato una quantità infinita di magliette bucate, ho imparato a inventare giochi inesistenti, ho capito che ascoltare fa bene. Ho visto la verità negli sguardi e la disperazione nei sorrisi. Ho capito che esserci, è fondamentale per essere.

Da allora, non ho smesso di andare a scuola, come volontario in centri milanesi contro l’abbandono scolastico. Due anni coi ragazzi delle superiori, altri due anni con quelli delle medie, in quartieri che nulla hanno a che spartire con il quadrilatero della moda: Bovisa e Quarto Oggiaro.
Ma mai avrei immaginato che tornare a casa dopo un pomeriggio a studiare inglese con un cinese, matematica con un discalculico o storia dell’arte con uno che da grande vuol fare il Corona mi potesse dare tanta gioia e allegria.

Ho avuto tanto e ho potuto fare molto di quello che amavo. Eppure, credetemi, la sera che sono tornata a casa felice dentro, non tornavo da un viaggio. O dal mio adorato lavoro.
Tornavo da un pomeriggio di volontariato.