Chi sono i bambini della foresta che ho conosciuto in Tailandia

14 luglio 2016 di Redazione | tag: , ,

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Children of the Forest è un progetto che ha sede a Sangkhlaburi, in Thailandia al confine con la Birmania. Il paesaggio idilliaco di questa cittadina rurale tra laghi, ponti e templi nasconde una realtà sociale molto complessa che il turista di passaggio non è in grado di notare.
Children of the Forest racchiude in sé diverse problematiche e cerca di sostenere bambini, ragazzi e non solo in tutti gli aspetti della vita.

Molti dei bambini supportati e che vivono all’interno del progetto sono orfani, abbandonati dalle famiglie oppure con genitori che, a causa della povertà, si sono spostati alla ricerca di lavoro e non possono occuparsi di loro. Un altro aspetto, purtroppo, rilevante nelle zone di maggiore povertà è il commercio di bambini: famiglie che necessitano di prestiti monetari che, pur di ripagare i loro debiti, accettano che i figli ancora piccoli vadano a lavorare, con la promessa che le condizioni di lavoro e vita siano eccellenti. Naturalmente la promessa non viene mantenuta ed i bambini vengono sfruttati al lavoro mentre le bambine vengono iniziate alla prostituzione. I più fortunati vengono strappati dalle mani dei commercianti di bambini ed accolti all’interno del progetto. Questa realtà riunisce diverse etnie quali thai, birmana, mon, karen o del Laos. Naturalmente anche le lingue parlate da ciascuna etnia sono differenti e, sebbene la lingua che dovrebbe accomunare tutti sia il thai, spesso questi bambini parlano solamente il loro “dialetto”.

Una delle altre problematiche non indifferenti è la mancanza di un documento d’identità. Questo viene rilasciato solamente in caso di presenza di un certificato di nascita ufficiale, documento di cui spesso non si è in possesso a causa di parti “in casa” e mancanza di denaro volto ad ottenere un’ufficializzazione della nascita al momento del parto stesso. La non possessione di un documento d’identità non permette di lasciare Sangkhlaburi a causa dei numerosi controlli che la polizia locale effettua.

Quello che colpisce di più ad un primo approccio è l’indipendenza e la maturità che dimostrano questi bambini. Sono abituati a crescere senza genitori e per questo sono stati costretti ad imparare ad autogestirsi fin da piccoli. Ma all’indipendenza si somma anche una forte coesione tra di loro sia dal punto di vista affettivo che da quello pratico. Ogni bambino infatti si occupa dei bimbi più piccoli di lui e al contempo viene aiutato dai bambini più grandi di lui. La situazione socio-economica li rende diversi dai bambini nati in famiglie più abbienti in quanto sono consapevoli di cosa significhi non avere nulla e trovarsi in difficoltà per questo sono generosi, disponibili e decisamente non litigiosi. Nonostante la loro storia li abbia costretti ad una rapida crescita, approfittano di ogni momento per dimostrare la loro età biologica in quanto, come tutti i bambini, cercano affetto, abbracci, rassicurazioni ed ogni occasione è buona per giocare.

Bambini-foresta-giocoRicorderò sempre un episodio accaduto i primi 10 minuti durante la nostra prima visita al progetto: uno dei bambini teneva in mano delle bacche e non appena ci ha viste arrivare ha regalato metà delle bacche a me e metà a Benedetta (senza tenerne alcuna per sé).
Uno degli altri aspetti che sicuramente fa riflettere noi occidentali è la profonda conoscenza della natura e dei suoi fenomeni e manifestazioni che possiedono questi bambini fin da piccoli. Sono in grado di riconoscere frutti commestibili da quelli velenosi, lo stadio di maturazione di piante e frutti, sanno come gestire fenomeni atmosferici avversi (dal calore e afa estivi alle piogge ininterrotte) e conoscono flora e fauna che noi europei nemmeno immagineremmo di vedere. Questo li porta ad essere curiosi nei confronti della natura ma anche ad avere un desiderio di condividere le loro conoscenze e le meraviglie che questa offre. Non era affatto raro infatti che un bambino ci prendesse per mano e ci portasse a vedere qualche fiore, frutto o animale di cui non avevamo nemmeno notato la presenza. Sono inoltre sempre contenti di mostrare come approcciarsi a nuovi frutti (e sono anche molto curiosi di vedere la reazione degli stranieri a questi nuovi sapori).

Proprio per questo motivo ho sempre cercato di farmi chiamare solamente “Anna “ invece di “teacher”, perché probabilmente loro hanno molto di più da insegnare a me che io a loro!
Ho notato inoltre che a differenza del mondo occidentale le ragazze cresciute in un contesto così difficile non sono affatto ritenute il “sesso debole”. Per quanto si parli di emancipazione nei paesi occidentali, questa non è avvenuta completamente; mentre colpisce come fin da piccoli i bambini maschi sappiano rispettare e considerare le bambine femmine loro pari, con stesse abilità e intelletto.

Ho imparato inoltre una grande filosofia di vita: quando piove ininterrottamente per 4 mesi l’anno non si può fare altro che giocare a calcio sotto la pioggia!

Mi sono resa conto che non è necessario parlare la stessa lingua per comunicare e stare bene insieme perché si può giocare, ridere e soprattutto abbracciarsi senza un idioma in comune. Ma il metodo di interazione più efficace è sicuramente il sorriso!
È proprio il loro sorriso un altro degli aspetti stupefacenti di questa realtà; sebbene siano decisamente sfortunati, sanno apprezzare quello che hanno e gioiscono proprio del poco che possiedono. L’effetto che tutto ciò ha su noi occidentali è sicuramente quello di farci rivalutare le nostre priorità! Scadenze da rispettare, esami non superati, e tutte le problematiche che lo società europea ci impone non sono più così rilevanti quando capiamo di essere fortunati alche soltanto per avere del cibo, un tetto sopra la testa ed una famiglia che ci ama. Ma noi siamo presi dalle preoccupazioni mentre loro sorridono. E non dimenticherò mai la loro maniera di sorridere!

Anna Chiara Braceschi, volontaria