Birmania: il telo viola e i nostri medici

31 gennaio 2015 di Stefano Oltolini | tag: , , , , ,

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Proseguono le operazioni presso lo Yankin Children Hospital di Yangon. Anche ieri sono stati effettuati due interventi assai complessi che per fortuna, stando le prognosi sempre riservate, sembrano essere andati bene!

Il team locale è entusiasta dei risultati ottenuti grazie all’aiuto dei nostri medici italiani. Per la prima volta hanno avuto la possibilità di tentare interventi molto complessi, guidati e consigliati dai nostri. Del resto, senza intervento questi bambini sono destinati a morire, ed è doveroso provarci.

Dai medici in missione ho imparato tanto, tra cui la difficile ricerca di un equilibrio tra coraggio, raziocinio, cinismo e umanità. Ora che la missione è quasi al termine e ho avuto modo di conoscerli meglio, voglio dedicare loro alcune righe di affetto e ammirazione.

carlo-paceDi Carlo Pace si diceva che avesse allontanato dalla sala operatoria un collega perché indossava un indumento viola.

Da chirurgo, buon italiano e oltretutto juventino, Carlo è scaramantico e odia il viola. Immaginate la sua faccia quando è salito sull’aereo della Thai, foderato in viola, oppure quando ha scoperto che il colore più elegante dei vestiti delle donne birmane è proprio il viola.

L’abbiamo preso in giro per giorni interi e ancor più ieri, quando in sala operatoria gli addetti locali hanno preparato il secondo caso della giornata utilizzando dei teli viola invece dei soliti verdi di sala.

Carlo è soprattutto un grandissimo cardiochirurgo pediatrico. Ha effettuato senza tentennare 7 interventi estremamente complessi in pochi giorni, e ha caricato a mille il team locale spronandoli ad essere coraggiosi e visionari, tesi verso l’obiettivo di salvare il maggior numero di bambini che necessita di un intervento in questo Paese.


riccardo-moschettiRiccardo Moschetti
è il burbero del gruppo. Toscano di ferro, tagliente e diretto nei commenti, ha un’enorme esperienza come anestesista nell’Ospedale del Cuore a Massa in cui lavora e in dozzine di missioni in Eritrea e altri paesi arabi. Odia i social network, ama la Grecia e in realtà ha una grandissima sensibilità, soprattutto verso i bambini operati.

Tanto appare duro e diretto nelle indicazioni agli infermieri di sala e di terapia intensiva, che lo ascoltano e scattano come in una caserma, quanto invece è attento e sensibile alle condizioni dei pazienti nel post-operatorio.

Ieri sera dopo cena ha voluto tornare in ospedale per controllare un caso operato nel pomeriggio, e ha avuto ragione perché erano sorte complicazioni e il paziente si era aggravato. Con la sua esperienza ed energia è intervenuto cambiando trattamenti e farmaci, e ha letteralmente salvato il bambino.

 

nadia-assantaNadia Assanta è l’unica donna della missione, anche se qui ha trovato un’altra donna leader come la dottoressa birmana Win Win. Nadia non è solo una bravissima cardiologa pediatrica, è anche e soprattutto una persona dolcissima, incapace di ignorare i volti e le storie di questi bambini. Uno dei trucchi dei medici per non soccombere all’emotività è difatti quello di chiamare i bambini per la patologia che hanno, e non usare mai il loro nome. Il Fallot, il DIV, la Glenn. Senza nome, età o storia. Perché non sai mai come potrà finire l’operazione, e non puoi legarti a nessuno di loro.

L’ho sperimentato sulla mia pelle nella prima missione in Kazakistan molti anni fa, quando feci amicizia con una mamma e un bambino prima dell’operazione, che purtroppo andò male. Il bimbo morì, e io non seppi più guardare o parlare con quella madre.

Nadia invece accarezza i bambini, guarda negli occhi le madri, non si vergogna a commuoversi con loro quando la ringraziano dopo l’esame diagnostico. Mentre i chirurghi vogliono soprattutto le indicazioni tecniche per poter scegliere il caso più adatto e in genere non vogliono vedere prima i bambini, Nadia li conosce uno per uno. Gioisce per quelli che riusciranno ad essere operati e soffre per quelli ormai inoperabili, per cui non si può far nulla né adesso né mai.


leo-borzacchiLeo Borzacchi
è una forza della natura. Grande e grosso come un gigante, quando si accalora nella discussione inizia a parlare romanesco e ad alzare la voce a toni inverosimili in questo paese di gente di trenta chili, sorrisi timidi e inchini rispettosi.

Leo fa il perfusionista, e comanda con perizia ed esperienza la macchina cuore-polmoni, cioè quel terrificante aggeggio che mantiene in vita il paziente mentre il chirurgo ripara il cuore. Leo è in grande sintonia con Carlo, anche se sembrano diversissimi. Tanto Carlo è serio, preciso, torinese (pur essendo abruzzese d’origine), quanto Leo è esuberante, caciarone, esagerato. In realtà anche lui è un professionista eccezionale, nonché persona dolcissima piena di umanità e solidarietà, capace di giocare con ogni bambino del reparto e riuscire a farli ridere di nuovo.

simone-mosti
Simone Mosti invece è l’infermiere esperto di rianimazione e terapia intensiva, e l’avevo già conosciuto in Eritrea. Anche lui ride spesso e prende in giro i colleghi e le giovani infermiere della terapia intensiva mostrandosi esuberante e apparentemente disinteressato a quel che succede. In realtà ha un occhio di falco, vede e registra perfettamente tutto quello che le giovani e inesperte infermiere birmane compiono vicino ai letti dei pazienti operati e quando necessario interviene con mano sicura e pronta. Io e lui parliamo tanto tra un’operazione e l’altra, e scopro con piacere una persona sensibile e intelligente, un professionista preparatissimo che si commuove a leggere le pagine precedenti di questo blog e che non vede l’ora di tornare a casa dalle sue due figlie.

Ma so già che anche lui come gli altri, quando chiederemo di tornare in Birmania, saranno pronti a dire di si. Come stavolta usando le proprie ferie e senza guadagnare una lira, viaggiando in economy ed essendo pronti lunedì mattina a tornare fischiettando in reparto, con la modestia e la tranquillità d’animo di chi ha fatto quel che andava fatto.

Grazie ragazzi, siete una grande squadra.