“Che esperienza è stata?”: le risposte sul mio volontariato in Ecuador

11 gennaio 2017 di Redazione | tag:

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Sono rimasta a Esmeraldas, in Ecuador, poco meno di due settimane. Sulla carta, un tempo irrisorio. Nella vita di tutti i giorni due settimane scivolano veloci e leggere, tra lavoro, aperitivi, palestra e amici. Ci si sveglia il lunedì e ci si addormenta che è già venerdì.

I tredici giorni a Esmeraldas non sono affatto scivolati. Ogni momento vissuto in quel mondo così diverso mi si è attaccato alla pelle come il sapore di sale di cui cantava Gino Paoli. Non basta una doccia per scrollarselo via di dosso. Sono rientrata in Italia ormai da qualche tempo, e il sapore di Esmeraldas non abbandona.

Mi è capitato di raccontare più e più volte ciò che ho visto in quell’angolo dimenticato di Ecuador. Ho parlato delle case senza tetto, delle baracche, dell’immondizia che marcisce ai bordi delle strade e non solo. Ho detto a tutti che laggiù i bambini camminano scalzi sul cemento sporco e cocente. Ti sorridono per un niente e anche per meno. Ho raccontato della musica a volume altissimo che non manca mai. La ascoltano tutto il giorno, ogni giorno, le donne e gli uomini senza lavoro che stanno seduti al fianco di montagne di spazzatura, incuranti.

Tantissimi restano incuriositi a sentir parlare di quel mondo. Vogliono sapere cosa si prova a stare, seppur per poco, in una realtà come quella. È difficile rispondere. Posso parlare per ore dei posti che ho visto, ma non di ciò che ho provato.
“Che esperienza è stata?”, chiedono insistenti.
Non mi sento di rispondere bella. Non è una vacanza in Sardegna.
Tantomeno posso definirla rilassante. Non è un soggiorno alle terme.
Anche interessante mi sembra una risposta fuori luogo. Non è un viaggio alla scoperta delle Piramidi d’Egitto. Provate a dirlo a chi vive in una baracca che trovate la sua casa interessante.

Esmeraldas fa parte di quel Terzo Mondo di cui sentiamo parlare troppo poco e in modo troppo vago. Vederlo è come mettere un dito nell’acqua bollente: brucia. Ma non solo. Durante quei giorni sono stata travolta da nuove emozioni, così intrecciate l’una all’altra che ora è impossibile raccontarle. Non so se un giorno riuscirò a districarle del tutto.

La realtà di Esmeraldas mi ha fatto male agli occhi. Ma mi ha anche regalato abbracci che mai avrei pensato sarei stata in grado di dare o ricevere. È stata la prima volta che mi sono trovata ad allargare le braccia come fosse la cosa più naturale al mondo. Poteva solo succedere con quei bambini dagli occhi allegri nonostante il cielo perennemente color polvere. E non è stata la loro miseria, ma la loro forza e il loro entusiasmo per una vita troppo ingiusta a farmi spalancare braccia e cuore.

Ecco, l’esperienza a Esmeraldas è una di quelle che restano. Si attacca. Non come il sapore di sale, ma come il più forte e il più vero degli abbracci. Stretto intorno al collo e dritto al cuore.

Giulia Viganò, volontaria di Mission Bambini