Emozioni forti, che non si possono dimenticare

13 febbraio 2015 di Stefano Marianeschi | tag: , , ,

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stefano-marianeschiCredo ci siano pochissimi mestieri in grado di donare le emozioni, fortissime (per fortuna in larga parte positive), che quotidianamente raccoglie un cardiochirurgo pediatrico.

Emozioni che solo gli occhi di un bambino possono regalare. Quegli occhi che incontri prima di un intervento chirurgico: sono curiosi, indagatori, carichi di tensione, capaci di inchiodarti a responsabilità enormi.

E che ritrovi anche poco dopo l’operazione, raccogliendone il peso della sofferenza che li ha segnati. Anche per questo li senti ancora più vicini. Perché dopo un intervento un bambino non è soltanto più debole fisicamente, ma è anche più vulnerabile emotivamente visto che in terapia intensiva non può avere accanto i genitori. Per lui rappresenti una protezione, una figura nuova sì ma progressivamente familiare, con la quale scambiare un cenno, un gesto. Con il tempo, anche un sorriso.

Ecco, è in quel momento, quando un bambino operato, pur dolorante, raccoglie le prime energie per regalarti un sorriso, che comprendi quanto il tuo lavoro sia impagabile. Egli è all’oscuro della malattia, delle terapie, e dello stesso intervento. Eppure, quando ti guarda, sembra aver compreso tutto.

E’ anche con la forza di questa esperienza che puoi affrontare i timori dei genitori che dal medico non aspettano altro che tre parole: “E’ andata bene”. Grazie a Dio, anche per effetto degli avanzamenti della ricerca, finisce sempre più spesso così. Quando un bambino non ce la fa, se ne va una parte di te.

Viaggio spesso per la Fondazione Mission Bambini: Romania, Albania, Uzbekistan, Cambogia, Uganda… E di ogni bimbo memorizzo il volto. Tutti i viaggi riservano incognite perché si opera in contesti fortemente penalizzati dal punto di vista sanitario. L’arrivo di una equipe internazionale diventa per quei Paesi una grande occasione per salvare piccoli pazienti altrimenti destinati a morte.

Recentemente sono tornato in Uzbekistan. Arrivato all’Ospedale Vakhidov di Tashkent, ho preso atto dei casi clinici complessi sottoposti dai medici locali all’equipe internazionale che guidavo: in 6 giorni si riescono ad operare nove o dieci bambini, lavorando dalle 9 alle 20. E’ durissima.

A metà settimana, ho ricevuto una signora anziana che attendeva da ore di parlarmi. Con l’aiuto di un medico uzbeco che traduceva, mi ha implorato di operare il suo nipotino al quale stringeva la mano. Il bambino non era nella lista dell’ospedale. Prendere in carico quel bimbo avrebbe di fatto escluso un altro piccolo bisognoso di cure urgenti e già selezionato. Ho provato a spiegare a quella donna in lacrime che la scelta di un paziente avviene in base a mille priorità, a partire dalla gravità della malattia. “La prego, operi il mio nipotino!”, continuava a ripetere l’anziana mentre il bimbo mi fissava senza sapere di provocarmi angoscia. Ho provato a fare i salti mortali per includere quel bimbo nella “lista della speranza”. Non ce l’ho fatta. E non so che fine abbia fatto il piccolo.

So però che i suoi occhi vivranno a lungo nella mia memoria.

 

Non c’è vita senza cuore. Dai continuità all’azione dei nostri medici volontari!

Mission Bambini interviene da anni per salvare i bambini gravemente cardiopatici che nascono nei Paesi più poveri. Aiutaci a dare continuità al nostro intervento e a salvare ancora migliaia di bambini!

Guarda il video che racconta un intervento realizzato dal Dott. Marianeschi: