Etiopia, dove ho trovato il sentimento dell’umanità

8 febbraio 2016 di Redazione | tag: , , ,

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Bimbe-Etiopia 03/11
Incontriamo le bambine e ragazze della casa famiglia gestita da Antonio e Lina. Sono in tutto dodici con storie davvero incredibili e toccanti: senza padre o senza madre, o tutti e due, abbandonate al loro destino di fame e sfruttamento, prima di incontrare i ”Due nonni per l’Africa”.
Tra le tante storie una mi ha colpito in particolare, quella di A.: i suoi genitori muoiono di AIDS: prima la madre poi il padre e rimane con i due nonni. Poi muore anche la nonna. Il nonno, anziano e povero, non sa come prendersi cura della nipotina. Il caso vuole che la voce arrivi a Lina e Antonio che decidono di accogliere la piccola A. nella family house.

Solo così potrà andare a scuola, avere almeno un pasto sicuro al giorno, avere dei vestiti nuovi. Ma arrivata da Antonio, scoppia in un pianto a dirotto. Dopo esser riusciti a calmarla, le chiedono perché pianga visto che finalmente potrà andare a scuola, vivere in un posto sicuro… A. si guarda intorno, le altre ragazze della casa le sorridono e capisce che quella è la sua ultima possibilità di salvarsi dalla strada, da una vita di stenti e dice ad Antonio: “Voglio solo andare ancora una volta da mio nonno al villaggio, dargli cento baci e poi torno…”.
Mi ha raccontato Lina, che il saluto al nonno, è stato commovente. A. si è inginocchiata davanti a lui, come in un antico rituale, e suo nonno l’ha benedetta, dandogli il permesso di andare via da quella capanna, da quella povera vita.
Ci sono momenti unici, che si cristallizzano nel tempo come piccole gemme destinate ad illuminare il nostro percorso a venire.
A. ora è felice, insieme alle altre ragazze, e la osservo indossare i vestiti che abbiamo portato dall’Italia, contenta e sbarazzina. Sono piccole anime belle, salvate dalla strada, che ricompensano il mondo con il loro sorriso.
Basta poco per sentirsi una star del cinema, un vestitino nuovo e la loro naturale bellezza, e lì a spararsi le pose come fotomodelle !

Antonio e Lina le guardano compiaciuti, come dei nonni guardano le loro nipotine. Antonio, ex professore di storia e Filosofia, si è laureato negli Stati Uniti e ha insegnato in scuole prestigiose, ma una volta in pensione si è trasferito in queste terre con la moglie Lina, e non se ne sono più andati.
All’età di 78 anni, segue ancora decine di progetti: case famiglia, costruzioni di scuole, adozioni a distanza. Ha una serenità e una forza di volontà alimentata dalla sua generosità, dal suo cuore senza confini.
Lina, tra le tante attività, cura il doposcuola alle bambine della Abba Pascal School. Le più brave, come premio, vengono ospitate il pomeriggio per imparare a cucire e ricamare. Un pomeriggio, anch’io ho provato ad unirmi alle bambine…un vero disastro ! Alla fine però un bottone sono riuscito a cucirlo… Le ragazze ridevano del mia goffaggine ma hanno apprezzato, compresa Lina, la mia buona volontà.

E’ notte, un manto di stelle ci ha accolto al ritorno alle nostre dimore, nella missione. La via Lattea si stagliava a metà del cielo come a indicare una direzione, come a ricordarci, nella suo maestoso splendore, di quanto siano piccole le nostre vite, i nostri destini, a cospetto dell’infinito.
Tantissimi stelle, tante quante i sorrisi dei bambini africani.

04/11

Sveglia mattina presto e partenza per la scuola materna di Shanto. Centocinquantasei bambini dai tre ai sei anni. Una bellissima, saltellante, macchia blu, come il colore della loro divisa.

Bambini poverissimi a cui viene data la possibilità, grazie a “Mission Bambini”, di frequentare la scuola, piccola gemma in mezzo al fango. La maggior parte di loro, sono costretti a percorrere diversi km, ma da soli, ogni giorno puntuali, si presentano nelle loro classi. Lasciano fuori le scarpine, tutte perfettamente allineate, ed entrano nelle aule, dove cantano, giocano, imparano le prime lettere dell’alfabeto. Abbiamo giocato con loro a pallone (ne avevamo portato qualcuno dall’Italia), con le bolle di sapone (letteralmente impazziti di gioia a rincorrere le bolle davanti alle classi), e poi mangiato tutti insieme in un grande spazio coperto, dove organizzano anche rappresentazioni.
I bambini sono ordinatissimi e rispettano tutti la fila: per andare a lavarsi le mani e poi ai rispettivi posti, in attesa del pranzo.

Un piatto unico: fagioli e granturco, con due tozzi di pane. Le forchette non esistono. Puro vezzo occidentale !

I bambini sono andati a giocare nell’ampio cortile, correndo dietro ai palloni, altri riunendosi in circolo per ballare, due alla volta, la danza tipica della regione Wolayta.
L’insegnante batteva il tempo su un bidone di plastica, un ritmo coinvolgente tipicamente africano e i piccoli cantavano e ballavano. Incredibile la loro predisposizione per la musica, il movimento.
Sembravano tutti iscritti a una scuola di ballo sin dal giorno della nascita.
Siamo stati decine di minuti a guardarli, incantati, piacevolmente rapiti dalla loro allegria, dal ritmo dei loro piccoli corpi, mentre sfidavano e battevano per “ko” tutti i nostri pregiudizi: “dei bambini poveri, che vivono senza luce né acqua, in capanne di fango e paglia, non possono che essere tristi e sconsolati”.

Finito l’orario scolastico, abbiamo deciso di accompagnare a casa due di loro insieme alla direttrice e a Yesci (la segretaria tutto fare di Antonio e Lina, nostra gentilissima traduttrice).
Ci siamo incamminati lungo una strada sterrata, per tre, quattro chilometri e pensavo che ogni giorno, quei bambini, la percorrono da soli con il bello e il cattivo tempo.
Lungo il sentiero, ho visto una bambina che portava un contenitore con forse 5 litri di acqua, piegata da quel peso. Non è un’immagine rara.
Quasi tutti qui “crescono” troppo in fretta, a causa delle necessità dettate dalle condizioni di vita precarie.

Una delle due bambine che abbiamo accompagnato, di 4 anni, vive in una capanna con il fratello e sua madre, rimasta vedova. Ci hanno accolti con gentilezza nella loro umilissima abitazione dove, in un piccolo spazio, soggiornavano anche una capretta e una mucca. Un unico ambiente, fatto di pareti di paglia e un divisorio tra loro e gli animali. Non ho mai visto in vita mia tanta povertà, una precarietà così assoluta. La madre qualche volta riesce a trovare piccoli lavori come cuoca nelle casa del villaggio vicino. Ci ha ringraziato infinitamente per quello che la Fondazione “Mission Bambini” fa per la sua bambina, che altrimenti non avrebbe mai potuto frequentare quella scuola e sarebbe stata costretta a saltare chissà quanti pasti.

Al momento del saluto, ancora emozionata per quella visita inaspettata, ci ha stretto la mano e ci ha toccato la spalla con la sua, come si usa in queste terre. Non credevo di poter vivere così da vicino situazioni del genere. Il mio cuore si è stretto e la mia anima ha avuto un sussulto quando siamo dovuti andar via e lasciare la piccola.
La mamma, nonostante la sua povertà, conservava una grande dignità ed era perfettamente consapevole del privilegio che sua figlia stava vivendo. Poter avere una divisa, un pasto al giorno, ed essere trattata come tutti gli altri bambini del villaggio. Ho chiesto alla donna quanti anni avesse, ma mi ha risposto di non saperlo. E’ sempre così per i più poveri, quelli che vivono nelle capanne: non hanno un indirizzo, le strade sono senza nome, non hanno una identità, una data di nascita scritta da qualche parte e da ricordare.
Abbiamo lasciato quella donna bellissima, piena di dignità, promettendogli che la nostra fondazione farà di tutto per continuare ad aiutare la sua bambina, e permettergli così di frequentare ancora la meravigliosa scuola materna di Shanto.

14/11

Gruppo-EtiopiaUltimo giorno della nostra missione a Soddo: abbiamo deciso di pranzare con le ragazze della casa famiglia. Ci hanno preparato un risotto davvero speciale con carote e verdure. Come al solito, dopo il pasto si sono scatenate nella danza Wolaytegna. Hanno il ritmo nel sangue ! ed è impossibile rimanere fermi, impassibili.
La sera è giunto il momento del saluto, dell’addio, ed è stato davvero commovente. Non ci lasciavano andar via…you’ll come tomorrow ? Ritorni domani ? “No…mi dispiace, dobbiamo tornare in Italia…” No, No… you’ll come tomorrow !!
Stringere tra le braccia quelle bambine è stato un momento di fortissima emozione. Pensi che forse non le vedrai mai più e che quelle due settimane rimarranno per sempre nei tuoi occhi, nella mente, e già sai che la nostalgia verrà spesso a bussare alla tua porta. Sarà impossibile dimenticare quanto vissuto così intensamente.
Ci hanno riempito di baci e abbracci. Avevano gli occhi pieni di lacrime e anch’io, confesso, ho fatto una gran fatica a trattenermi davanti a loro…
Siamo stati bene insieme e chiudendo la porta della family house, in silenzio, mi sono augurato che quello fosse solo un arrivederci e non un addio.

E’ stato un vero privilegio aver conosciuto Antonio e Lina, “Due nonni per l’Africa”, che con la loro passione, altruismo, e con il fondamentale supporto di “Mission Bambini”, riescono a dare la possibilità a tanti bambini di studiare e riscattarsi dalla povertà.
A loro va la mia stima infinita e un sincero affetto.
Persone così fanno la differenza, rendono il mondo un posto migliore.

Ho sempre creduto che le parole hanno un potere straordinario. Permettono di raccontare i nostri sentimenti, fermare su un foglio di carta il tempo trascorso, storie che altrimenti rischierebbero di disperdersi nel vento.
Ma se dovessi scegliere soltanto una parola per descrivere questa esperienza, una sola, sceglierei UMANITA’.
In sé racchiude il sentimento di solidarietà, di comprensione dell’altrui debolezza e difficoltà, la capacità di non rimanere indifferenti.
Questo, spero, di avere imparato.
Questo, spero di portarmi dentro per sempre.

Emilio Napolitano, volontario di Mission Bambini in Etiopia