Ho visto un cuore battere, smettere di battere e soprattutto ripartire

26 febbraio 2016 di Redazione | tag: , , ,

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I volontari Chiara e Roberto

I volontari Chiara e Roberto

Drin, drin, drin….Pronto?!
Tutto è cominciato da una telefonata, L’Ufficio Volontariato di Mission Bambini che mi comunica di essere stata sorteggiata per partecipare a una missione di “Cuore di bimbi”. Non ci potevo credere!
Il mio viaggio ha avuto inizio proprio in quel momento. Da quel momento è iniziata l’attesa, fatta di pensieri, di aspettative, di agitazione, di adrenalina e di felicità.
Poi, finalmente l’Ufficio Progetti mi comunica la data della partenza e la destinazione: 11 febbraio 2016, Spitalul Monza di Bucarest.

L’agitazione ora si fa sentire veramente, ma è quando arrivo all’ospedale, anzi allo Spitalul Monza, che piombo nella centrifuga di emozioni a cui non so dare un nome e che solo i progetti della Fondazione Mission Bambini sanno farti provare.
Nemmeno faccio in tempo a togliermi la giacca che un’infermiera del reparto di pediatria passa con in braccio il primo bimbo da operare. Lo sta portando in sala operatoria, è già ora.
È tutto infagottato in un lenzuolo bianco, vedo solo il viso, nemmeno i capelli. Ha due occhietti vispi, curiosi, ha un’espressione simpatica.
Poco dopo incontro la sua mamma, una ragazza di 23 anni, ha appena smesso di piangere, è preoccupata. Ci presentiamo e poco dopo ci raggiungono altre due mamme. Sono tutte dell’Albania e la comprensione è praticamente impossibile. Per fortuna una delle tre capisce e parla un pochino di spagnolo, è fatta!!! Cominciamo a conoscerci e a prendere confidenza.

I bambini da operare sono appunto tre: Uenkli, un anno; Rejhani, sette anni; Esela, due anni.
Conosco gli ultimi due, stiamo un po’ assieme e facciamo qualche foto, ma già ora di andare in sala operatoria per assistere all’intervento. Mi tremano le gambe, ma per fortuna il dottor Marianeschi ha la capacità di tranquillizzare chiunque gli stia vicino.
La cosa che mi colpisce di più è in assoluto la serenità con cui Marianeschi lavora e l’affiatamento che c’è in sala operatoria. Tutta l’equipe collabora affinché l’operazione riesca e ognuno di loro è fondamentale e complementare ai compiti svolti dagli altri membri.
L’operazione è durata circa quattro ore e non posso trovare le parole per descrivere quello che ho provato vedendo un cuore battere, smettere di battere e soprattutto ripartire. Quest’ultimo è stato, forse, il momento più emozionante.
Ero lì, ai piedi del letto dove veniva operato il bambino e facevo il tifo per lui, ripensando agli occhi furbetti e pieni di gioia che avevo visto poche ore prima.
Piano piano l’elettrocardiogramma riprende a fare su e giù, i battiti aumentano, la pressione del bimbo sale: l’operazione è riuscita!!

Nel frattempo anche Rejhani, il bimbo di sette anni viene preparato all’intervento e dopo circa quattro ore anche a lui viene dato un cuore nuovo.
Durante tutto il pomeriggio sto con le tre mamme e con la bimba che verrà operata il giorno successivo, tentando di strappare loro un sorriso o semplicemente far passare loro il tempo dell’attesa in maniera più rilassata. Quando, a fine giornata, vediamo riapparire il dottor Marianeschi, tiriamo tutti un sospiro di sollievo.

Il mattino seguente, è già ora di tornare a casa, non senza passare prima a trovare i bimbi operati.
La terapia intensiva non è esattamente un bel posto. Sembra come se il tempo fosse sospeso in un silenzio particolare interrotto solo dai “bip” dei macchinari a cui sono collegati i pazienti.
Mi avvicino ai letti dei due bimbi operati e vedo Uenkli sveglio, con i suoi occhioni incuriositi dalla mia presenza. Si agita su quel letto troppo grande per il suo corpicino, gioca con i suoi piedini e al mio “ciao” mi sorride. È incredibile come quel bimbo in un momento così delicato e nuovo anche per me, mi dia sicurezza . È come se mi voglia dire “ce l’ho fatta!”. Scappa un sorriso anche a me.
Poi saluto Rejhani, ma inizia a svegliarsi in quel momento ed è ancora molto debole.
Torno in reparto e nel frattempo Esela è stata portata in sala operatoria. Ormai con le mamme c’è confidenza, e vedendo la mamma di Esela piangere, l’abbraccio.

Dopo poche ore arriva il momento dei saluti, sempre troppo triste anche se il tempo trascorso insieme è stato poco. Soprattutto la mamma di Esela che sta affrontando l’operazione, è molto fragile e vorrebbe rimanessimo. Saprò solo al mio rientro in Italia che anche per Esela è andato tutto bene.

Ora che sono tornata voglio dire grazie a tutti i volontari della Fondazione Mission Bambini che contribuiscono a mandare avanti questo immenso progetto con il loro impegno, alla Fondazione che lo rende realizzabile e che mi ha dato questa possibilità e soprattutto ai medici che operando questi bimbi danno loro la possibilità di vivere una vita serena, come dovrebbe essere quella di ogni bambino.
Ma la cosa che per sempre mi porterò dentro è la voglia di vivere e la forza che mi hanno trasmesso quei tre bimbi semplicemente guardandomi o facendomi un sorriso. Vi porterò sempre nel cuore…

Chiara Lorenzetti