Il primo giorno di missione: la scelta dei bambini da operare

26 gennaio 2015 di Stefano Oltolini | tag: , , , , , , ,

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Siamo arrivati a Yangon di domenica mattina, come previsto stravolti da 16 ore di volo e una notte insonne. Una veloce doccia in hotel, il primo pranzo birmano e corriamo in ospedale, dove ci aspetta il cardiologo dello Yankin Children Hospital.

Il primo giorno non si opera. Il primo giorno è il momento della scelta dei bambini da operare. Ma chi decide? L’ospedale locale o il team italiano? E con che criterio? Come scegliere quale bambino operare fra le decine in attesa di un consulto? Come decidere per il meglio del bambino e della missione?

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La dott.ssa Nadia Assanta subito al lavoro per effettuare gli screening dei bambini da operare

Nei Paesi in cui operiamo con le equipe di cuore di bimbi, l’arrivo di un medico straniero che forse potrà salvare un bambino condannato è un fatto importante. Gli ospedali locali preparano liste di possibili casi a seguito delle valutazioni pediatriche e cardiologiche che è stato possibile eseguire localmente, ma sin dalla prima missione abbiamo sempre preteso che fossero i nostri cardiologi a rifare gli screening diagnostici e a decidere chi operare. Tale scelta è motivata sia da ragioni mediche – i nostri chirurghi devono avere indicazioni di screening cardiologico perfette e aggiornate prima di iniziare un caso – che strategiche: se sono i nostri cardiologi a decidere, possiamo scegliere la tipologia di interventi da effettuare con ampia libertà e con maggiore serenità rispetto a come si è formata la lista di bambini che ci portano da vedere.

Prima di partire cerchi di essere razionale e pensi molto a questi aspetti: come avranno scelto i bambini? Qualcuno avrà dovuto pagare sottobanco per essere messo in lista? Avranno tutti veramente bisogno? Poi arrivi e vedi la fila di mamme e bambini in attesa. Giorno dopo giorno, decine di casi, tutti gravissimi.

Bambini che fanno fatica a respirare, bambini con labbra e dita blu, bambini con unghie deformate e sguardi impauriti. Sai che il team ne riuscirà ad operarne mediamente due al giorno, per un totale di 10 casi.

Gli altri avranno una diagnosi più precisa, grazie allo screening della splendida dottoressa Nadia Assanta dell’Ospedale del Cuore di Massa, cardiologa della missione, e un palloncino con cui giocare qualche minuto dopo la visita, mentre si decide la lista. E qualche altro mese in attesa di un miracolo, o della possibilità di essere operati dal team locale, proprio grazie al training ricevuto dai nostri medici.

Seguo i chirurghi da anni in ogni angolo del pianeta, ho fatto 14 missioni come questa, conosco i loro trucchetti per alleggerire la pressione e non pensare ai bambini che andranno sotto ai ferri ma ancora non riesco a non pensare alle mamme di questi bambini. Penso a quanto sia complicato anche solo capire cosa sta succedendo al tuo bambino. I termini tecnici sono in inglese e in latino. Parleranno con loro i medici locali? Si renderanno conto dei rischi dell’operazione? E quelli non inseriti nella lista? Come tornerà a casa stasera quella madre?

Nadia Assanta si mette al lavoro. Ha anni di esperienza in missioni analoghe in Eritrea, dove ha visitato migliaia di bambini con difetti cardiaci. Il bambino viene steso su un lettino, a fianco del quale pulsa l’eco-cardiografo. Nadia lavora col Dr. Khin Maung Oo, il suo omologo cardiologo birmano, alto e serio. La mamma si accomoda ai piedi del letto, io prendo nota dei dati principali: età, peso, altezza, precedenti visite. Il primo bimbo si chiama Zayar, ha 5 anni, l’età di mio figlio Diego. Ha un problema grave, un difetto intraventricolare chiamato Tetralogia di Fallot. So per esperienza che l’intervento è difficile, rappresenta un punto importante nel percorso di apprendimento tecnico dell’equipe locale. Quando un team locale riesce ad operare i Fallot, allora vuol dire che sono bravi e hanno imparato le prime tipologie di interventi non eccessivamente complessi.

Nadia lavora per ore, nonostante la stanchezza. Il primo giorno ne vede 8, tutti Fallot.

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Il dott. Carlo Pace insieme alla dott.ssa Win Win del team birmano

Io distribuisco palloncini. Alla fine della giornata riunione con i due team congiunti, italiano e birmano, per decidere la strategia operatoria. Il nostro chirurgo, il dr. Carlo Pace, primario di cardiochirurgia pediatrica al Regina Margherita di Torino, è cauto e giustamente prudente. E’ la sua prima missione qui e non conosce il livello tecnico del team della dr.ssa Win Win. Carlo ha lavorato per lunghi mesi in Sudan, all’ospedale di Emergency, ma dice che la sala operatoria che ha visto qui lo preoccupa per la sua arretratezza e per la scarsità di materiali. Cerco di rassicurarlo, invitandolo a procedere con calma e guardando le cose in prospettiva. Verremo ad operare qui per diversi anni, e dobbiamo scegliere i casi con oculatezza, in un giusto mix di difficoltà tecnica e capacità del team locale di imparare dai medici italiani.

Nadia presenta i casi, i chirurghi li discutono. I rischi sono alti, tutti vorremmo che gli interventi andassero bene, e sarebbe meglio poter operare all’inizio qualche caso meno complicato. Nello stesso tempo i medici locali vogliono imparare, e quindi hanno presentato casi complessi. Operare i bimbi più gravi, con altissimi rischi operatori, o casi relativamente meno complessi, ma sapendo che i più gravi non avranno chance? Da questo delicato equilibrio dipende il proseguimento e il successo della missione, sia quella attuale che quelle future.

Si decide infine per un primo caso da affrontare domani, un bambino con tetralogia di Fallot senza ulteriori complicazioni.

Guardo il nome. E’ proprio Zayar.

Esco dalla sala e vado a gonfiare un altro palloncino giallo per lui. Stanotte speranza e paura riempiranno il cuore della sua mamma.