Mescolare, condividere, conoscere: il mio viaggio in Bolivia

9 settembre 2015 di Redazione | tag: , , , ,

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Sorisi BoliviaTanti piccoli musetti sorridenti. Una decina circa. Queste sono state le prime persone che ho incontrato.
Un incontro netto, deciso, forte. Senza alcun timore, questi splendidi bimbi mi sono venuti incontro, mi hanno preso la valigia ed hanno iniziato a studiarmi: toccandomi, osservandomi chiedendomi cose. Io, nettamente più intimidita e pacata, ho iniziato a fare lo stesso.
Questo studio fisico, emotivo ed esperienziale si è protratto per tutta la mia permanenza all’interno della comunità. Il mio mondo (interiore ed esteriore) si è mescolato con il loro. La mia gioia conteneva sempre un pizzico della loro amarezza, la loro spensieratezza aveva sempre un briciolo di mia angoscia e preoccupazione. Eravamo sintonizzati. Io, i bimbi, gli altri volontari e tutti i collaboratori della Ciudad.

La cosa che non scorderò mai è l’accoglienza che ho trovato, l’accettazione incondizionata che ho ricevuto.
Si, perché io all’inizio, a dire la verità, ero molto spaventata da tutto questo. Insomma, ero lì, da sola, in un posto nuovo, lontano da casa, circondata da persone che, non appena messo piede nella comunità, avrebbero fatto qualsiasi cosa per farmi stare bene. Perché?!
Si respirava una religiosità profondissima che però mi metteva in grande difficoltà. Non ha mai fatto parte di me e, per questo la respingevo, la guardavo da lontano e la schivavo.
Poi, un giorno, ho deciso di togliere il vetro che separava le mie credenze e convinzioni con le loro e mi ci sono immersa.
Ho iniziato ad esplorare questa parte sconosciuta. La cercavo e la trovavo ovunque. In ogni bimbo, in ogni pranzo, in ogni gioco ma, soprattutto, in ogni scambio, in ogni condivisione.

Altalene BoliviaCondivisione fortissima e intima. Condividere moltiplica!
Fare i compiti, giocare a preparare la comida, spingerli sull’altalena, l’ora caotica della doccia e del mettersi il pigiama (che fatica!), le nozioni d’inglese alle splendide ragazze adolescenti su come si dice rossetto, capelli, ballare, fidanzato, il (provare a) cucire con una macchina degli anni 60, i pomeriggi interessantissimi in ludoteca, il giro in città, la banana dopo pranzo, per merenda e dopocena con i volontari, la colazione abbondante, le risate infinite, le centinaia di volte che al minuto veniva pronunciato il mio nome, la messa della sera, quella ricca di gioia della domenica e la buonanotte finita la giornata.

Nulla scivolerà via. Tutto questo ha provveduto a colorarmi un po’ e rimarrà per sempre dentro di me.

 

Valeria Meletti, volontaria a Cochabamba – Bolivia