Da Torino al Madagascar: un mondo totalmente nuovo mi ha accolto

26 gennaio 2017 di Redazione | tag: , ,

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Sono salito sull’aereo che mi ha portato ad Antananarivo, la capitale del Madagascar, con una tale adrenalina che per tutto il lungo viaggio (via Abu Dhabi e Seychelles) non ho mai chiuso occhio. Quando sono sbarcato, un mondo totalmente nuovo mi ha accolto e facevo fatica a prestare ascolto alle gentili suore che mi sono venute a prendere, perché il mio sguardo si perdeva sulle rosse strade ricolme di persone, bancarelle, galline con pulcini al seguito, bambini. Loro erano tanti, più di quanto potessi immaginare e ne avrei avuto una chiara conferma nei giorni seguenti, prima di scoprire che la metà della popolazione ha una età media minore dei 14 anni, un dato impressionante se si pensa alla differenza con il nostro paese.

Anche per questo, ciò che fanno le Suore Francescane dell’Immacolata Concezione in Madagascar, acquista ancora più valore. E’ nella loro casa che mi stabilisco ed è grazie a loro che imparo molte cose sul “vero” Madagascar, che è diverso dalla concezione turistica che generalmente si può avere, ed è sempre per merito loro che mi sento come in famiglia e il mio adattamento si fa facile e immediato.
Visito la prima scuola l’Espoir, sempre nella Capitale, e ho il primo contatto con i bambini malgasci, che mi guardano incuriositi e mi salutano con un sorriso grande così stampato sul volto. Improvviso una lezione di italiano-francese-malgascio, li ascolto cantare e giocare con la corda, osservo le ragazze dell’atelier intrecciare cestini di rafia e subito mi sento più vivo che mai. La sera si cena presto e dopo aver lavato i piatti poi non resta che ritirarsi in camera; non sono abituato ad avere così tanto tempo per riflettere, leggere, scrivere che all’inizio rimango un po’ sbigottito, ma poi man mano che passano i giorni prendo il ritmo e mi abituo a un flusso delle giornate tutto nuovo.

Dopo qualche giorno mi trasferisco ad Ampahimanga, un villaggio a circa tre ore di macchina dalla Capitale, e dalla città passo alla campagna: cambiano i panorami , si incrociano carretti trascinati dagli “humbi” (le mucche del luogo) e si vede la gente lavorare nei campi e nelle risaie. La casa delle suore è direttamente all’interno del complesso scolastico per cui basta scendere di camera per ritrovarsi nel cortile della scuola a giocare a basket con i ragazzi; con le mie guide scarpino di buona lena tra i mille colori dell’estate malgascia per andare a visitare le famiglie dei bambini adottati che vivono più lontano e ricevo doni di ringraziamento che non sento di meritare come galline (vive) e cesti di banane immensi.

E poi arriva il momento di spostarsi ancora e insieme a Suor Cristina, Suor Colette e Suor Juliette, l’autista Mami e il tuttofare Michel percorriamo la strada che attraversa le montagne e tra rocce e prati ci dirigiamo verso Sarodroa, un minuscolo villaggio in cui scoprirò che si vive ancora come una volta. Ad accoglierci al nostro arrivo ci sono tutti gli abitanti e soprattutto tutti i bambini della scuola elementare che le suore hanno costruito da qualche anno e in cui confluiscono tutti i bimbi della vallata che possono permettersi di non dover lavorare con le loro famiglie. Sono circa 250 e ci guardano in un silenzio quasi religioso mentre scendiamo dalla macchina e la scarichiamo e non vogliono più fare altro che rimanere lì a contemplare i “vasa”, ovvero gli stranieri. A prima vista sono trasandati e sporchi, ma si percepisce che c’è qualcosa che va al di là di questa loro apparenza, una genuinità che me li fa apparire subito meravigliosi.
Nei giorni successivi inizio a riconoscerli e fotografandoli con il loro stupore cerco anche di catturare un briciolo della loro semplicità per portarla con me in Italia.
Insieme a loro ci dedichiamo ad attività manuali e creiamo maschere che i più piccoli indossano non senza un reverente timore iniziale; segnalibri colorati con pastelli dalla creatività elevata; origami di carta che raffigurano pesci e farfalle e cuoricini fatti con le cannucce di carta che conservano come un ricordo caro nelle tasche dei loro grembiuli sgualciti.
Quando arriva l’ultimo giorno e dobbiamo ripartire di nuovo il villaggio si raduna per ringraziarci di essere stati lì insieme a loro e i bambini, accompagnati dagli insegnanti, ci regalano così tanti sacchi di patate che ne veniamo quasi sommersi. In quel momento provo invidia per quelle persone dalla vita semplice e dal cuore grande, che non hanno l’elettricità e l’acqua calda ma che la sera cantano insieme prima di addormentarsi e che pur di aiutarci per liberare la strada da pietre che non permetterebbero alla macchina di passare, vengono con noi senza pensare alle ore di cammino che poi dovranno fare al ritorno. I visi dei bambini ancora adesso non li riesco a dimenticare, mi sono rimasti impressi da qualche parte dentro, indelebili, e lì rimangono, come a rammentarmi che si può essere felici e grati con ben poco di quello che noi abbiamo.

Torniamo a Ampahimanga e dopo qualche giorno di nuovo a Antananarivo in un percorso inverso, ma questa volta è tutto più difficile perché quando si va via ci sono gli addii, che non mi sono mai andati giù molto e che preferisco considerare come degli arrivederci. Gli ultimi giorni sono sempre i più veloci e senza rendermi conto arriva l’ora della partenza. Faccio in tempo ancora a fare una visita alla scuola di Alarobia, nei sobborghi di Tanà e a fare una gita ad est per visitare le foreste tropicali del parco di Andasibe tra i lemuri e poi arriva il momento di fare le valigie.

Adesso che sono già passate diverse settimane da quando sono tornato a Torino rifletto ancora tanto sul Madagascar ed è ancora tutto così vivido nei ricordi e nel cuore che è come se in fondo una parte di me fosse rimasta lì perché non se ne voleva più andare, perché non voleva rinunciare a vivere in quel modo, a percepire le cose in maniera diversa, a sognare ancora. E non mi resta che dire grazie.

Luca Novara, volontario

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